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Le sepolture femminili privilegiate nella penisola italiana tra l’ultimo terzo del VI e la fine del VII secolo: cultura materiale, contesti, problemi

Dalceggio, Martina 18 July 2022 (has links)
Il “privilegio” e il “prestigio” intesi come forme di autorappresentazione post mortem tra il tardo antico e l’Alto medioevo sono tematiche che, da oltre quarant’anni, attirano l’attenzione di archeologici e storici, soprattutto francesi e tedeschi. A partire dagli anni Novanta questi temi sono stati oggetto di interesse anche nella ricerca archeologica italiana, tuttavia, le élites di genere femminile non sono mai state al centro di uno studio esclusivo, focalizzato sull’analisi dei rituali funerari e sulle strategie di distinzione adottate nei primi secoli dell’Alto Medioevo. Il tema del genere è stato semmai affrontato da una prospettiva storiografica tendente ad includere e ad analizzare il dato archeologico proveniente dalle necropoli e dai corredi funerari di VI-VIII secolo, in special modo di orizzonte longobardo. La ricerca sulle sepolture femminili privilegiate nella penisola italiana copre un arco cronologico specifico (ultimo terzo del VI-fine del VII secolo circa) che era determinato, nella sua fase iniziale, dalla comparsa in Italia centro-settentrionale di numerosi sepolcreti organizzati in file e di tombe con corredi di pregio che avevano diretti confronti in contesti pannonici coevi. Questo periodo si conclude verso la fine del VII secolo circa perché, salvo alcune eccezioni documentate a livello peninsulare, i corredi funerari sostanzialmente scomparvero dalle sepolture. In questo breve quanto significativo intervallo di tempo coesistettero di fatto due realtà che vengono analizzate e confrontate nella sfera funeraria: un’Italia “longobarda” e un’Italia “bizantina”. La ricerca punta a tracciare la distribuzione territoriale delle élites femminili nella penisola, ad analizzare la composizione dei loro corredi funerari e le diverse strategie di auto rappresentazione adottate all’interno dei rispettivi “luoghi della morte”, anche a seconda delle diverse fasce d’età.Il riconoscimento delle tombe femminili privilegiate si basa sui criteri che sono stati definiti nel colloquio di Créteil del 1984, L’inhumation privilegiee du IV au VIII Siecle en Occident, ovvero la posizione della sepoltura, la sua struttura e la cura del defunto. Questi criteri archeologici non hanno trovato sempre una precisa corrispondenza nella presente ricerca perché, più frequentemente, ad una posizione isolata o di rilievo corrispondeva un corredo di elevata qualità o una struttura tombale di un certo impegno costruttivo. Questi caratteri, quindi, interagivano tra loro in modi diversi a seconda del contesto funerario oggetto di indagine. Complessivamente sono state catalogate 183 tombe femminili, di età adulta e infantile, individuate all’interno di 68 siti archeologici. Le sepolture sono state ordinate in un Catalogo secondo un criterio geografico da Nord a Sud e da Ovest a Est e, per ogni sito, è stata inclusa anche una breve storia con la bibliografia di riferimento. L’eterogeneità dei dati raccolti a livello bibliografico ne ha richiesto una suddivisione e una classificazione coerente e flessibile distinta in “spazi cimiteriali”, tipologie e “usi” tombali, e corredi funerari delle élites femminili. La stesura del lavoro ha previsto anche la creazione di apposite tavole grafiche e fotografiche relative ai siti archeologici che sono stati analizzati nella presente ricerca e ai corredi funerari provenienti dalle sepolture, così come la stesura di carte di distribuzione relative agli “spazi cimiteriali” censiti. Inoltre, un capitolo è stato dedicato alla raccolta dei dati epigrafici per comprendere meglio la distribuzione delle élites tra le aree romano-bizantine e longobarde della penisola e risalire, per quanto possibile, alla loro dimensione sociale. Un capitolo è stato interamente dedicato alle tombe privilegiate infantili (0-12 anni), esposte per aree geografiche e per fasi cronologiche, cioè con gli stessi criteri utilizzati per analizzare le fasce d’età più mature. I trattamenti funerari delle piccole élites femminili riflettevano in buona sostanza il mondo degli adulti e le logiche familiari attorno alla preparazione e alla vestizione delle defunte, verso le quali i rispettivi gruppi parentali furono disposti a spendere anche ingenti somme di denaro ravvisabili, in alcuni casi, nell’acquisto di gioiellerie su misura e nell’elargizione di doni funerari di assoluto pregio, come nei casi delle gioiellerie. Nonostante la molteplicità di “luoghi della morte” che le élites urbane e rurali della penisola fondarono o occuparono in questo periodo adottando variegate strategie di auto rappresentazione funeraria, la tomba ad sanctos costituiva sin dall’età tardo antica uno dei massimi livelli di privilegio e di prestigio funerario. Questa consuetudine funeraria fu portata avanti senza soluzione di continuità nei territori romano-bizantini dove le élites laiche seguitarono a farsi seppellire con un corredo funerario di tipo rituale e/o personale caratterizzato da associazioni molto variabili ma con investimenti funerari di livello tendenzialmente medio-basso nel corso del VII secolo. In Italia centro-settentrionale, in particolare, è stata rilevata una quasi totale scomparsa delle aristocrazie senatorie romane e delle élites locali, corroborata da una significativa carenza di dati epigrafici. L’evangelizzazione delle campagne della penisola bizantina non era ancora compiuta nel VII secolo e ciò potrebbe spiegare la persistenza di sepolcreti rurali di fatto slegati dai luoghi di culto dove la distinzione funeraria si esprimeva ancora attraverso le gioiellerie e i beni di lusso di squisita fattura romano-bizantina. La tomba ad sanctos fu una prerogativa anche alla corte longobarda di Teodolinda e di Agilulfo come espressione e legittimazione del potere e come un efficace strumento di propaganda. L’adeguamento a questa consuetudine funeraria fu perciò adottato anche dalle élites del regno gradualmente convertitesi dopo una fase di convivenza tra le due fedi antagoniste, quella cattolica e quella ariana. Dal censimento dei corredi femminili di età adulta e infantile dell’orizzonte longobardo è stato possibile delineare le tappe del processo di conversione delle élites femminili nella Langobardia Maior, avviato già alla fine del VI-inizi del VII secolo ma pienamente accolto solo dalla metà del VII secolo, così come è stato possibile evidenziare i loro caratteri peculiari e le trasformazioni dei costumi funerari delle élites. Nei territori corrispondenti al ducato di Benevento, invece, né la cultura materiale né i “luoghi della morte” consentono di definire l’elemento culturale longobardo femminile per come è noto nel Settentrione, impedendo di tracciare una precisa linea di demarcazione tra queste due realtà culturali che, nel Meridione, tesero a fondersi tra loro in una fase piuttosto precoce. In questo caso una completa sostituzione delle élites femminili locali con i nuovi dominatori longobardi è ipotizzabile ma non è confermabile dal dato archeologico.
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EDILIZIA BASSOMEDIEVALE IN VAL CAVALLINA E NEL SEBINO BERGAMASCO: STUDIO CRONOTIPOLOGICO DEGLI ELEMENTI ARCHITETTONICI E DEI PARAMENTI MURARI

MATTEONI, FEDERICA BARBARA 08 March 2016 (has links)
Questo lavoro di ricerca ha come oggetto le architetture religiose, fortificate e civili di epoca bassomedievali conservate in Val Cavallina e sulla sponda occidentale del Sebino nella provincia orientale di Bergamo: questo territorio è privilegiato per la raccolta di dati utili alla definizione della seriazione cronotipologica degli elementi architettonici e dei paramenti murari datati tra XII e XV secolo. La redazione di tavole cronotipologiche è andata oltre l’aspetto tecnico, ma ha ricostruito i fenomeni sociali e politici di questo territorio in epoca bassomedievale: la costruzione dei castelli e delle torri condizionò la nuova rete insediativa dei borghi, definendo nuovi punti di aggregazione. Queste nuove costruzioni sono il riflesso di famiglie aristocrazie che utilizzano l’edilizia come strumento di affermazione di forza economica e potere sociale. L’analisi dei corpi di fabbrica condotto col metodo dell’archeologia dell’architettura ha consentito non solo la definizione delle tecniche edilizie, ma anche sulle dinamiche insediative nella provincia orientale di Bergamo. L’edilizia storica è fondamentale per comprendere i modi dell’abitare e di vivere: l’analisi di questi contesti ha consentito di distinguere specifiche tipologie abitative, e di ragionare sulle modalità occupazionali del territorio in epoca bassomedievale, riconoscendo per le due aree d’indagine peculiarità diverse. / This research is related to late medieval age religious, fortified and civil architecture preserved in Val Cavallina and on the western side of Iseo Lake, in the eastern province of Bergamo: this territory is privileged for the collection of data useful for the definition of the chrono-typological seriation of architectural elements and walls, dating from the twelfth and fifteenth centuries. Chrono-typological tablets exceed technical aspects, and reconstruct the social and political appearance of this territory in the late medieval age: the construction of castles and towers conditioned the new settlement of villages, setting new aggregation points. These new buildings are a reflection of aristocracy’s families, who builds as statement of economic and social power strength. The insight of the buildings made with the archeological method allowed the definition of building techniques, and the settlement dynamics in the eastern province of Bergamo. The historic building is crucial to understand the ways to live: the analysis of medieval buildings has allowed distinguishing specific typology of houses and the occupational way to set the territory in the late medieval age; every area has his architectural peculiarities.
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OLTREPO' PAVESE: SIGNORIE TERRITORIALI E FORTIFICAZIONI MEDIEVALI FRA STORIA E ARCHEOLOGIA

DELLU', ELENA ROSANGELA 22 May 2017 (has links)
Si è esaminato il fenomeno dell’incastellamento in Oltrepò Pavese (X sec. - inizi epoca moderna) con una visione globale e diacronica. La ricerca ha previsto l’integrazione di differenti metodologie di indagine: l’analisi della cartografia storica, lo scavo archeologico del sito fortificato di Monte Pico (PV), lo studio della cultura materiale di alcuni contesti, la ricognizione di superficie e la lettura degli elevati. Tali dati sono stati contestualizzati storicamente ricostruendo le vicende dei poteri locali che si sono susseguiti nella gestione del territorio dell’Oltrepò; il dato materiale è stato fatto dialogare con i dati documentali estrapolati dalla documentazione storica e dalle fonti cartografiche. E’ stato svolto un lavoro analitico su contesti castrensi e su borghi stradali mercantilei che ha portato a una sintesi sulle maestranze e le tecniche edilizie che hanno caratterizzato la storia materiale dei siti indagati. Il lavoro ha quindi mostrato come il comparto territoriale abbia costituito un importante collegamento tra i ricchi porti liguri affacciati sul Mediterraneo e la pianura padana, offrendo nuovi e sistematizzati dati su un’areale geografico fino ad ora poco indagato archeologicamente e storicamente. / The phenomenon of encastellation in Oltrepò Pavese (X century - Early Modern Age) has been examined with a global and diachronic vision. The research envisaged the integration of different survey methodologies: the analysis of historical cartography, the archaeological excavation of the fortified site of Monte Pico (PV), the study of the material culture of some contexts, surveys and reading of the masonry. These data have been historically contextualized by reconstructing the vicissitudes of local powers that have followed in the management of the territory of Oltrepò; the material data was made dialog with the documentary data extrapolated from the historical documentation and cartographic sources. An analytic work was carried out on fortified contexts and on mercantile roads villages which led to a synthesis of the craftsmen and building techniques that characterized the material history of the sites investigated. Then the work showed how the territorial compartment was an important link between the rich Ligurian ports overlooking the Mediterranean and the Padana plain, offering new and systematised data on an archaeological and historical geographic area till now not investigated.
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Struttura e gestione degli spazi del castello di Monte Copiolo nel Montefeltro: Evoluzione di un sito incastellato tra X e XVI secolo / Structure and management of the spaces of the Monte Copiolo’s castle, in Montefeltro. Evolution of a castle between X and XVI century.

SACCO, DANIELE 16 April 2010 (has links)
Il lavoro si occupa dell'evoluzione diacronica del sito incastellato di Monte Copiolo (Italia, regione Marche, provincia di Pesaro e Urbino) tra X e XVI secolo. / The work deals with the diachronic evolution of the Monte Copiolo’s castle, in Montefeltro (Italy, Marche region, province of Pesaro and Urbino) between X and XVI century.
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«Sens e Razos d'una Escriptura»: edizione e studio della traduzione Occitana dell'Evangelium Nicodemi = «Sens e Razos d'una Escriptura»: édition et étude de la traduction Occitane de l'Evangelium Nicodemi

Collura, Alessio January 2014 (has links)
La tesi fornisce la prima edizione critica commentata del poema occitano 'Sens e razos d'una escriptura', il cosiddetto Vangelo occitano di Nicodemo. Si tratta di un testo in couplets d'octosyllabes, di origine linguadociana orientale e attribuibile, verosimilmente, agli anni '80/'90 del XIII secolo. Un'ampia introduzione di carattere storico-letterario, filologico e codicologico anticipa l'edizione stessa (corredata da traduzione in italiano) e fornisce un primo tentativo di contestualizzazione del testo.
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Il commento di Benvenuto da Imola a Valerio Massimo. Edizione critica dell’Expositio

Dassi, Umberto 04 July 2023 (has links)
The dissertation presents an annotated critical edition of Benvento da Imola's Expositio to the first of Valerius Maximus' books, flanked by a service edition of the recollectae of Benvenuto's Bolognese course (Part II). The Introduction (Part I), in addition to explaining criteria and methods of the edition, brings order within the manuscript tradition of the Expositio and the recollecte; special attention is given to those manuscripts that seem to convey an "intermediate" redaction of the commentary, which the present work seeks to attribute to the Paduan Ludovico Buzzacarini. The long-held view that a commentary on Valerius Maximus by Giovanni Conversini exists, preserved in ms. Correr 855, is also refuted. The Observations (Part III) highlight the differences between the Expositio and the recollecte and the structural features of the commentary. Part IV updates the relationships between Benvenuto, on the one hand, and Petrarch and Boccaccio, on the other, in light of quotations and mentions of the two Corone made in the commentary on Valerius Maximus, which are more often implicit than explicit. Finally, we note the complete absence of quotations from Dante and the Commedia in the Expositio, significant of the author's desire to root his exegesis in classical antiquity. / La tesi presenta un'edizione critica commentata dell'Expositio di Benvento da Imola al primo di libro di Valerio Massimo, affiancata da un'edizione di servizio delle recollecte del corso bolognese di Benvenuto (Parte II). L'Introduzione (Parte I), oltre a spiegare criteri e metodi di edizione, mette ordine all'interno della tradizione manoscritta di Expositio e recollecte; una particolare attenzione è data a quei manoscritti che paiono trasmettere una redazione del commento “intermedia”, che il presente lavoro cerca di attribuire al padovano Ludovico Buzzacarini. Viene inoltre confutata l'opinione a lungo invalsa che esista, conservato nel ms. Correr 855, un commento a Valerio Massimo di Giovanni Conversini. Le Osservazioni (Parte III) mettono in rilievo le differenze tra l'Expositio e le recollecte e i caratteri strutturali del commento. La Parte IV aggiorna i rapporti tra Benvenuto, da una parte, e Petrarca e Boccaccio, dall'altra, alla luce di citazioni e menzioni delle due Corone fatte nel commento a Valerio Massimo, più spesso implicite che esplicite. Si rileva infine la completa assenza di citazioni di Dante e della Commedia nell'Expositio, significativo della volontà dell'autore di radicare l'esegesi nell'antichità classica.
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Processi di trasformazione economica e sociale in Africa settentrionale tra il IV e il VII secolo d. C. : analisi dei sistemi di produzione in Zeugitana e Bizacena. / The economic and social transformation of North Africa between the 4th and the 7th century AD. The analysis of the production system in Zeugitana and Byzacena.

PALMIERI, LILIA 30 March 2012 (has links)
La ricerca propone un quadro di sintesi sull'economia africana tardoantica. Si analizzano le strutture di produzione delle derrate alimentari liquide - olio, vino, garum – e le officine ceramiche funzionali alla produzione di sigillata africana e anfore quali strumenti per una migliore definizione del paesaggio economico africano. Lo studio della produzione rurale e urbana e l’esame dei percorsi delle merci permettono di comprendere così le trasformazioni economiche e sociali delle province di Zeugitana e Bizacena tra il IV e il VII secolo d.C. / The research is a synthesis of the Late Antique economy in North Africa. The analysis focus on foodstuff production – oil, wine, garum – and pottery production, especially on ARS ware and african amphorae, as tools for defining the economic landscape. The study of the rural and urban landscape and the study of the trade routes allow us to understand the economic and social transformations of the provinces of Zeugitana and Byzacena between the 4th and the 7th century AD.
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LA CERAMICA D'USO COMUNE ALTOMEDIEVALE (SEC. V-VIII) IN ITALIA SETTENTRIONALE: PRODUZIONI, CIRCOLAZIONE E CONSUMO ALLA LUCE DI ALCUNI CONTESTI LOMBARDI

SEDINI, ELIANA 12 April 2014 (has links)
La tesi si propone di analizzare le produzioni, la circolazione e il consumo della ceramica di uso comune in età altomedievale in Italia settentrionale alla luce di alcuni contesti lombardi ritenuti particolarmente significativi. Questa classe di manufatti è ormai da alcuni decenni al centro dell’interesse degli studiosi che si occupano di cultura materiale e, più in generale, di aspetti relativi alle dinamiche socio-economiche del periodo; un primo aspetto che si è dunque reso necessario analizzare riguarda lo stato degli studi, le differenti modalità di approccio adottate nei diversi ambiti di ricerca così da ricostruire l’evoluzione degli orientamenti e i progressi della disciplina, sia da un punto di vista metodologico, sia per quanto attiene alla lettura che gli specialisti hanno dato di determinati fenomeni. La seconda parte è dedicata all’analisi dei casi di studio lombardi, scelti per l’alto valore del contesto: Cornate d’Adda (MB), Castelseprio (VA), Bellinzona (CH), Milano, Pavia. Per ciascuno di essi lo studio del materiale ceramico è stato preceduto da un’attenta disamina del contesto, così da valorizzare appieno il suo valore sociale di luogo di consumo. Le ceramiche sono state analizzate cercando di ricostruire tutte le fasi del processo di lavorazione (impiego delle materie prime, tecnologia di lavorazione e cottura, tipologia del prodotto finito), in modo da ricostruire i quadri produttivi di riferimento. I risultati ottenuti hanno consentito di esaminare i differenti livelli di accesso al consumo della ceramica in rapporto ai contesti sociali di consumo e raffrontarli ad altri casi noti in letteratura. È stato così possibile riconsiderare alcuni fenomeni ritenuti peculiari del periodo, quali il riaffiorare/comparire di tecniche di lavorazione a mano o al tornio lento e il diffondersi di alcune forme peculiari come i fornetti-coperchio e i boccali. / The thesis means to evaluate production, trade and consumption of coarse ware in Northern Italy during the Early Middle Ages, through the analysis of several assemblages found in Lombardy deemed to be particularly representative. For the last decades the attention of scholars has been focusing on coarse ware: this is an engaging subject not only for those interested in material culture, but also for wider researches regarding socio-economic dynamics. Therefore, the first step has been the assessment of the state of research, taking into account the different approaches proper to each research field. This led us to retrace developments and improvements of the discipline, both from a methodological point of view and with regard to the ways specialists have been interpreting specific phenomena. The second part of the work is devoted to the analysis of the case studies, chosen in consideration of their high scientific value: Cornate d’Adda (MB), Castelseprio (VA), Bellinzona (CH), Milano, Pavia. For each one, the archaeological context has been thoroughly reviewed before studying the pottery assemblage, so that the social features of the consumption site could be adequately highlighted. Pottery has subsequently been analysed trying to retrace every step of the production process (use of raw materials, making and firing techniques, typology of finished objects), in order to recreate the reference productive context. In the light of the results achieved, the different levels of access to pottery consumption in connection with the social context have been studied and compared with other published case studies. Thanks to this research, several phenomena deemed to be typical of the Early Middle Ages, such as the appearance/resurfacing of hand- or slow-wheel-making techniques or the spreading of distinctive shapes (e.g. cooking bells or jugs) have been reassessed.
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RICERCHE SULL'ATTIVITA' DEI GIUDICI IMPERIALI NELLA LOMBARDIA COMUNALE

SPATARO, ALBERTO 19 March 2018 (has links)
Questo studio ha per oggetto l’attività dei giudici imperiali nella Lombardia comunale tra XII e XIII secolo. La prima parte consiste in una lettura d’insieme dell’operato dei giudici imperiali nel solco più generale delle vicende politiche del regno italico durante l’impero di Federico I barbarossa e del figlio Enrico VI. L’intera ricerca è stata condotta a partire dalla documentazione, edita e non; tali risultati sono stati contestualizzati nell’ampio dibattito storiografico sulla natura statuale dell’impero romano-germanico del pieno medioevo. Alla ricostruzione diacronica seguono le schede biografiche dei giudici imperiali più significativi per la ricostruzione storica proposta nella tesi e un’appendice documentaria. Il lavoro è chiuso dalla bibliografia utilizzata e dall'indice dei nomi di persona. / The object of this study is the activity of the imperial judges in the communal Lombardy between twelfth and thirteenth centuries. The first part consists of an overall reading of the activity of the imperial judges in the political strategy in the Italic Kingdom during the empire of Frederick I Barbarossa and his son Henry VI. The entire research is carried out starting from the documentation, edited and inedited; these results are contextualised in the wide historiographical debate on the institutional nature of the medieval Roman-German Empire. The diachronic reconstruction is followed by the biographies of the most significant imperial judges and a documentary appendix. The work is closed by the bibliography and the index.
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Le favole di Oddone di Cheriton. Edizione critica e studio introduttivo. Die Fabeln des Odo von Cherington. Kritische Ausgabe und einleintende Studie

Piro, Valentina 12 April 2022 (has links)
The so-called “Fabulae” written by Odo of Cheriton (1180/90-1246/47) owe their traditional title to Hervieux’s edition published in 1896, still used as a reference. This work aims at providing the reader with a new edition based on an accurate philological inquiry into the text and its manuscripts. If the literary features of Odo’s fables have, indeed, been studied, especially in regard to their innovative elements, such as their christianized morals and the relationship of the tales to preaching, the collection has not been studied from a philological point of view. Before this research there was no clarity in regard to the total number of tales, which varied in previous editions between 60 and 117, nor to the determination and inner divisions of the corpus; moreover, all previous editions are based on only one manuscript or little more. As a matter of fact, Hervieux basically published a codex optimus that he only occasionally emended – but did not declare where he operated basing the correction on other manuscripts and where he did so ope ingenii – which is Cambridge, Corpus Christi College, 441; other editions are the ones done by Voigt (1878), Oesterley (1868 and 1871) and Perry (1952). Voigt is the only one to study the relationship between codices, although only between a small portion of them (11); Oesterley uses only one manuscript in both his editions (although the two are different between one another) and Perry only publishes a selection of the tales present in Hervieux, adding an apparatus which informs the reader on variantes available in the already existing studies, but not conducting a new research himself. Other issues of Odo’s status queastionis are the absence of a comprehensive study of his works, all unpublished apart from 65 of his “Sermones dominicales” (Paris, 1520) and the tales themselves, the lack of a census and, concerning the fables, of a systematic analysis of the whole collection. This situation prevents from making extensive comparisons and evaluations of the author’s usus scribendi, which is why the first purpose of this dissertation was a general introduction that could account for the main literary features shared by the whole collection. Starting from a short contextualization of Odo’s biography and his other works, we looked into the prologue of the tales, that heavily references the Sacred Scriptures and relies on the allegorical method proper to exegesis, which is strongly stressed, even more so than the usage of Aesopical tales in the collection, although as important. Secondly, the title itself has been questioned: even if the collection is usually called “Fabulae”, the manuscripts never offer this lectio, which is instead Hervieux’s arbitrary choice. In the prologue, Odo talks of his work not as fabulae, but instead as a tractatus parabolicus: if one is to give the collection a proper title, then, the latter one must be used, although there is no evidence of a specific rubric redacted by Odo to be used as a title. One of the new discoveries made in this research is then the refusal of the title currently used and the clarification of another ambiguity derived by Hervieux’s edition. As a matter of fact, the French scholar not only arbitrary called the tales “Fabulae”, but also decide to publish some excerpta from Odo’s sermons under the title “Parabulae”. He did so by isolating these extracts from ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, lat. 16506, thus creating a significant confusion in subsequent research trying to address the two texts: even nowadays it is quite hard to understand if a catalog is, for example, talking about the tale collection or the sermons. During this research, it was discovered that some extracts on fables topics from the sermons actually circulated throughout the Middle Ages, as nine manuscripts who hold them included them into bigger exempla collections; nonetheless, these exceerpta never constituted an independent work, and the only tale collection produced by Odo is the one that should more properly be called tractatus parabolicus. Moreover, the introduction includes a short analysis of the main literary features of the text, with a particular attention given to the mixing up of the fable and exemplum genres in Odo’s work, as he used for every one of his stories the allegorical method proper to biblical exegesis. The aim of such an introduction is to be a first step into a deeper and more complex analysis of Odo’s works as a whole, an accomplishment that, however, will inevitably need wider studies dedicated also to the other books he wrote in order to be completed. In regard to the tale collection, particularly developed is its social and religious critique, which Odo wanted to express in his allegory-rich and heavily christianized morals. This critique is addressed especially against ecclesiastical hierarchies – not the Church itself, but its people – but not only those; it is against all who abuse their subjects when in a position to exercise power over others. Odo thus condemns not only bishops, ministers and prelates who only worry about earthly matters and fall short of their responsibilities, indulging in vices instead, but also rich masters and rulers who vex their subjects. However, Odo’s attack does not spare the humbles too, who are criticized when they try to improve their social standing and thus forget their place, or who are more generally guilty, as anyone, of the seven deadly sins, of lack in faith or of conducting themselves not virtuously enough. It can be easily noticed, then, that Odo had a strong drive towards contributing to reforming his contemporary society, whose morals felt in need of a deep renovation. Lastly, the introduction addresses shortly the success of Odo’s collection, which was translated into vernacular three times (into Gaelic, Chwedlau Odo, into Old-French, Les Parables Maystre Oe de Cyrintime, into old Spanish, Libro de los gatos); apart from these works, it must also be mentioned that Odo probably influenced Nicole Bozon, John of Sheppey and maybe, Clemente Sánchez, Stephan of Bourbon and the Speculum laicorum as well. After the analysis of the main literary features of the collection, the research proceeded with the production of a new, updated census of the manuscripts transmitting the Tractatus parabolicus. Seventy-one codices have been found, in comparison to Hervieux’s twenty-five and to other ten that had already been identified by previous bibliography (see Dicke-Grubmüller 1987 and Welter 1927). Thanks to this recensio we were also able to investigate the definition itself of Odo’s corpus, a topic made quite complex by the constitutive mobility of the fable genre in the Middle Ages. As a matter of fact, it is quite common for the author and text identity to be easily and almost immediately lost in this genre, also due to the easy addition or elimination of some of the apologues due to different motivations, that vary also from manuscript to manuscript. Since tales were often included into bigger collections that took on from various sources, it is extremely difficult to determine the original corpus. Moreover, in Odo’s case the matter is even more complicated due to a sometimes ambiguous internal division of tales, once again partially depending on Hervieux’s choices, partially on the tradition itself. As a matter of fact, Hervieux chose to number the tales not progressively, but by sometimes adding letters onto numbers, especially when he thought that two consequent tales revolved around the same topic. One then finds, for example, tales 56, 56a, 56b, 56c, which Hervieux separated in his edition but which should instead considered as only one fable; conversely, tales 1, 1a, 1b, 1c, 1d e 1e are on one hand independent ones (1, 1a, 1c, 1e), on the other the result of corruptions of the tradition (1b, 1d). At the same time, manuscripts sometimes don’t distinguish clearly between Odo’s tales, fusing some together or dividing others in peculiar ways, so a degree of uncertainty is to be found not only in the history of studies, but also in the tradition itself. Another accomplishment of this dissertation is thus precisely giving a new, clearer definition of the corpus, not only in regard to its internal divisions, based upon the manuscript tradition, but also to their number and the identification of spurious fables, such as 76, 1b and 1d. Starting from the new recensio, the dissertation then proceed onto the philological and textual analysis of the collection, with the hope of tracing a stemma codicum. We thus selected thirty-six manuscripts according to their antiquity, place of origin (with a predilection for England) and portion of the text transmitted, into which some loci critici that cover around one-third of the work were identified. Unfortunately, though, manuscripts present a lot of different variantes, but not of stemmatical importance: they are often lectiones adiaphorae and/or small differences in the order of words, alteration of conjunctions, verbal tenses and so on. It was then not possible to trace a proper stemma, but we still tried to account for the different features of the tradition. Five different orders in the transmission of the collection were found, which seem to present themselves also when studying the text of the loci critici. Apart from one (δ, linked to order D and to one manuscript of the order A), it is improper to talk about families, but it is only possible to group the non fragmentary codices – we intend with the expression “fragmentary codices” all those manuscripts that only transmit a maximum of ten tales, generally dispersed within the codex itself, which usually collects materials from different sources – based upon quite uniform geographical areas. That is to say that there seem to be a link between almost all German manuscripts and one Italian one (Wo, order B), between the bohemian and eastern-European codices (order C), between some English manuscripts and two French ones (order E), whereas the majority of the English codices (plus two German, one Austrian, one bohemian and two French) share order A. The five orders that can be identified in most of the tradition seem to have also a textual foundation, although only δ features proper errors. Once the philological inquiry, conducted on a wide portion of the textual witnesses, was completed, the impossibility of a stemma made necessary to conduct the edition based on different criteria. We have thus relied first of all on the most ancient manuscripts, dating back to the 13th century; in order to balance the fact that all of them, apart from C1, do not transmit tales 61-75, we have chosen to add to this number two German codices (B5 Ba), considering that the German group is the only one to hold this portion of the text as well, and another English manuscript, Du, in order to better represent the tradition. The critical edition thus follows a conservative approach, that mostly relies to C1, quite close to the author, but corrects its mistakes by integrating its testimony first of all with B2 C2 L4 O2 V, the most ancient manuscripts, and then B5 Ba Du, as already stated. For the portion of the text collated for the loci all the thirty-six manuscripts used in the collection itself were also included. The critical apparatus thus concerns nine codices for the whole text, thirty-six for the loci. Lastly, the edition also provides the first Italian translation of Odo’s fables and a small paragraph that, tale by tale, reminds the reader of the witnesses of the text and of other retellings available in a selection of other medieval Latin fabulists, apart from references to the principal repertoires of the genre. To sum up, this dissertation had as its purpose not only trying to account for the main literary features of the Odo’s fables collection, even if, of course, in a limited way, but also studying this work from a philological and textual point of view. We thus tried to offer a wide as possible exam of the tradition, although very complex, proposing then a new critical edition of the text that tries to overcome Hervieux’s, so as to give the reader the tools needed to approach a text as solid ad possible. We wish that, in the future, similar endeavors will be conducted for all of Odo’s works.

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