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271

An investigation of the relationship between morale and attitudes toward international relations

Scanlon, John C. January 1954 (has links)
No description available.
272

Les limites de la violence ; analyse de la conception de la violence d'Albert Camus

Trottier, Yves January 2004 (has links)
Mémoire numérisé par la Direction des bibliothèques de l'Université de Montréal.
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Morale of elementary school teachers.

Bender, John Edward January 1972 (has links)
No description available.
274

Per la critica della concettualità politica moderna. Walter Benjamin e il monopolio della Gewalt.

Rose, Lisa January 2017 (has links)
Se il compito che si prefiggeva Benjamin in Per la critica della violenza era l’esposizione dei rapporti che intercorrono tra violenza, diritto e giustizia, situare la relazione che lega questi tre concetti in un contesto storico-politico è lo scopo del presente lavoro. Il contesto storico-politico scelto è quello delle moderne democrazie occidentali. Nel primo capitolo, viene portato alla luce il rapporto tra il filosofo ebreo-tedesco Benjamin e il giurista Carl Schmitt, entrambi critici della breve – e travagliata – parentesi di parlamentarismo liberale che la Germania si era data con la Repubblica di Weimar. Si è individuato come luogo privilegiato attraverso il quale esaminare le divergenze e, in un senso molto peculiare, le somiglianze tra i due pensatori, nello stato di eccezione quale concetto-limite del diritto. L’ipotesi che si è provato ad avanzare nel corso del secondo e terzo capitolo è che il diritto, pur mantenendo la sua funzione inalterata – che è, per Benjamin, quella di essere strumento di oppressione –, ha, nelle sue realizzazioni concrete, delle peculiarità diverse a seconda delle fasi storiche e politiche in cui viene esercitato. Per analizzare i modi diversi in cui il diritto, a seconda della fasi storiche e dalle forme politiche in cui viene esercitato, fa presa sul vivente, si è partiti dalla cosiddetta «preistoria» del diritto, illustrata da Benjamin nel saggio dal titolo Franz Kafka. Per il decimo anniversario della sua morte, e, passando per Destino e carattere e per i saggi dedicati al linguaggio (Sulla lingua in generale e sulla lingua dell’uomo e Il compito del traduttore), si è arrivati ad analizzare le specificità prettamente moderne del diritto espresse in Per la critica della violenza. Non avendo Benjamin dedicato alcuno scritto alla successione temporale di sistemi giuridici, né avendo mai dichiarato di volerne delineare una storia, è con estrema cautela che abbiamo rilevato le caratteristiche delle diverse fasi del diritto (o temporalità giuridiche, come si è voluto chiamarle nel secondo capitolo) nella sua opera, senza giungere a tracciare un susseguirsi lineare da una all'altra, e evidenziandone, anzi, le sovrapposizioni e i rimandi. L’analisi della violenza giuridica – e della violenza pura che ha per compito la dissoluzione del legame tra quella e l’uomo – è stata riportata alla questione del monopolio della violenza da parte del diritto, tratto che Benjamin rinveniva nelle legislazioni europee a lui contemporanee. Nel secondo capitolo, si è cercato di rinvenire i riferimenti precisi alla situazione politica in cui Benjamin si trovava al momento della stesura del saggio, quindi alla Repubblica di Weimar e alla legislazione a lui contemporanea, oltre ad alcuni rimandi alla democrazia come orizzonte interpretativo della forma politica di riferimento. Sin dalle prime pagine del saggio, Benjamin riconosce di basare la sua Critica sulle legislazioni europee moderne. Secondo Benjamin, infatti, per essere compresa, la finalità della violenza deve essere posta in relazione con una fattispecie determinata di rapporti giuridici, ed egli dichiara che, «per semplicità», nel corso del saggio farà riferimento «alle presenti legislazioni europee». A partire dai rapporti giuridici moderni, Benjamin rintraccia una loro «massima generale», che riassume nella tendenza all’onnipervasività del diritto, riscontrabile anche nelle legislazioni attuali, oltre a citare esempi di violenza squisitamente moderni (la lotta di classe, i differenti tipi di sciopero, il servizio militare obbligatorio, le critiche ad esso – risalenti al periodo della Prima guerra Mondiale –, la polizia come istituzione moderna, i parlamenti). Una delle novità della concettualità politica moderna che abbiamo individuato è rappresentata dal fatto che, nella modernità, il potere politico non trova alcuna opposizione di fronte a sé, in quanto i singoli hanno riconosciuto come loro proprie le azioni di colui che detiene il potere supremo. È così legittimato il monopolio della Gewalt, in quanto fondato sulla volontà di tutti. Conseguentemente ha acquisito grande rilievo la preferenza accordata da Benjamin nel testo Per la critica della violenza alla polizia monarchica rispetto a quella democratica. In tale passaggio, Benjamin afferma che la polizia «nelle democrazie [...] testimonia la massima degenerazione pensabile della violenza» – una presa di posizione che non può non sbalordire, e che rappresenta una scossa nei confronti dell’ordine di concetti attraverso i quali la società democratica si autointerpreta. Provare a darne ragione è stata l’occasione per testare la percorribilità di un’interpretazione del saggio volta ad individuare, in esso, i tratti specifici della modernità giuridico-politica, ma anche per tematizzare il monopolio della Gewalt da parte dello stato moderno e, coerentemente con gli obiettivi dichiarati del presente lavoro, per fuoriuscire dall’autoreferenzialità della forma politica democratica. Attraverso l’interpretazione di Jacques Derrida del passo, ma soprattutto nella mancata adesione alle sue conclusioni, si è tentato di dare ragione della posizione benjaminiana in termini di filosofia politica. Individuate le specificità del diritto e della forma politica moderni, abbiamo cercato di analizzare il concetto-limite di ogni teoria della sovranità, ovvero il concetto di guerra civile. Lo si è fatto a commento dell’ottava tesi sul concetto di storia, considerata l’ultimo atto della battaglia teorica che ha visto contrapporsi Carl Schmitt e Walter Benjamin intorno allo statuto della legge nello stato di eccezione. In essa, Walter Benjamin contrappone a uno «stato di eccezione in cui viviamo» che «è la regola» un «vero stato di eccezione». Assunto questo punto di partenza, si è tentato, nel quarto capitolo, di elaborare una concezione della guerra civile che fosse utile per illuminare i rapporti tra Stato e diritto, in un’ottica di sostanziale continuità della guerra civile con l’esercizio del potere costituito: la guerra civile come stato di eccezione. Si è pervenuti a una concezione della guerra civile non nei termini dell’avvenuta perdita di controllo da parte del sovrano sulla società civile, o della dissoluzione della civitas, bensì come di uno dei modi del gerere rem publicam, una tecnica di esercizio del potere sovrano. Si è quindi aderito a una concezione dello stato di eccezione opposta a quella classica e vicina a quella tradizione che, da Marx, a Benjamin, a Korsch, individua in essa una condizione permanente. Abbiamo visto come la guerra civile non sia mai del tutto esclusa dalla vita politica e come il moderno Stato rappresentativo possa essere definito come l’ente che informa il conflitto civile, che definisce le parti in gioco, che sanziona le vittorie delle parti tramite il diritto e che può, in ogni caso, sospenderlo, ma che non ha interesse a mettervi fine. In questa ottica, il saggio giovanile Per la critica della violenza trova il suo epilogo nell'ottava delle Tesi sul concetto di storia, ultimo testo scritto da Benjamin prima della morte. Di più, l’individuazione nel rapporto mezzi-fini dell’architrave dell’ordine giuridico consente di fare della nozione di Aufgabe, che ritorna più volte nell'opera benjaminiana, un termine tecnico del lessico del filosofo tedesco che indica una prassi libera dalla strumentalità e dalla finalità, e, quindi, una prassi messianica.
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The need for and effectiveness of measures of employee morale

Edwards, Lacy Lee January 1966 (has links)
M.S.
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The effect of visiting committee membership on teacher morale

Williams, L. Irvin January 1982 (has links)
The purpose of the study was to investigate the effect of visiting committee membership on teacher morale, as measured by the Purdue Teacher Opinionaire. Two hundred fifty teachers were selected to receive the PTO during October, 1981, before the initiation of visiting committee activities. Visiting committee participants received an additional administration of the test on the last day of their respective visiting committee evaluations and all study participants received the PTO during May, 1982. A direct comparison of group means and differences in gain scores between the research groups was made to determine the effect of the independent variables, visiting committee experience and demographic characteristics on teacher morale and the ten factors of morale. Differences in mean scores were tested for significance using t-test and analysis of variance statistical procedures. The findings of this study appear to justify the following conclusions: 1. Morale scores of secondary school teachers increase during the period of the visiting committee week but decrease as the school year progresses. 2. Previous visiting committee membership influences the gain in morale score experienced at the time of the evaluation week but gains dissipate as the school year progresses. 3. Visiting committee membership does not significantly affect the score on any of the ten morale factors of the PTO except the factor"curriculum issues". 4. A greater loss in morale score is experienced during the course of the school year by teachers with less than ten years teaching experience. 5. Members of visiting committees consider the experience a beneficial professional opportunity and are, generally, satisfied with the present format for the evaluation week. 6. Morale score, as defined by the ten factors of the PTO, may not be the best choice of a dependent variable to determine the lasting benefit that is derived by teachers from participation in a professional activity such as visiting committee membership. / Ed. D.
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Reconceptualisation philosophique du dialogue en éducation morale

Gendron, Claude 03 July 2023 (has links)
Cette thèse traite, dans une perspective philosophique, de l'intérêt éthique du dialogue pour l’éducation morale, en utilisant plus spécifiquement comme cadre théorique l’éthique de la sollicitude de Nel Noddings. Après avoir élaboré une analyse critique du paradigme moral que représente le dialogue « à la Socrate », notre thèse adresse la question de la portée éthique du dialogue dans le contexte spécifique de l’éducation morale contemporaine, en examinant trois théories éducatives spécialement influentes au Québec : celles de Lawrence Kohlberg, de John Wilson et de Matthew Lipman. Notre recherche présente un examen critique des conceptions du dialogue défendues dans ces théories. Elle propose une manière différente d’appréhender le dialogue moral qui devient, à travers l’éthique de la sollicitude, lié autant à un savoir être-en-relation qu’à un savoir raisonner. La thèse vient enfin démontrer la portée du « virage éthique » que la perspective relationnelle de sollicitude détermine pour éduquer au dialogue moral.
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Vérité, pouvoir, subjectivation : la formalisation d'un système chez Michel Foucault

Garon-Carrier, Julien 02 February 2024 (has links)
L’œuvre de Michel Foucault est vaste et éclectique. Il n'est donc pas surprenant que les spécialistes de divers horizons des sciences sociales l'utilisent à la pièce, en fonction du domaine dans lequel ils exercent. Pensons, par exemple, à l'utilisation du concept de pouvoir-savoir dans les études post-coloniales ou dans les études féministes. Une telle manière d'employer les concepts foucaldiens peut produire des résultats intéressants. Cependant, elle semble limitative à l'égard de l'ensemble de l'ouvrage de Michel Foucault. En effet, tel que le montre ce mémoire, il se dégage de l'œuvre de Foucault une tripartition thématique qui rassemble l’entièreté de sa théorie selon trois moments théoriques, soit un cycle sur le thème de la vérité, un cycle sur le thème du pouvoir et un cycle sur le thème de la subjectivation. Ces différents moments théoriques procèdent à chaque fois par un réinvestissement des concepts élaborés précédemment, à l’aune des implications du nouveau thème traité. La vérité requiert du pouvoir et vice-versa, la subjectivation fait appel tant à la vérité qu’au pouvoir et, à l’évidence, il n’y aurait ni vérité ni pouvoir sans sujet. Dès lors, nous affirmons que Michel Foucault a laissé derrière lui un système théorique rendant compte de l’expérience du monde tel qu’il se présente dans toute son historicité (du moins pour l’Occident), ainsi que des modalités de la connaissance telles qu’elles s’établissent normativement et encadrent de manière holistique les normes de la sociabilité.
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L'imagination morale et l'expérience tragique dans la pensée de Martha C. Nussbaum

Jutras, Elizabeth 10 February 2024 (has links)
« Socrate, dit-on, n’allait pas à la tragédie », écrit Clément Rosset dans son livre Philosophie tragique. Selon la philosophe américaine Martha C. Nussbaum, c’est spécifiquement cette pulsion anti-tragique qui caractériserait la philosophie dès Platon. Au XIXe siècle, le Nietzsche de La naissance de la tragédie avait déjà déclaré le meurtre de la tragédie par la philosophie ; bien que Nussbaum soit généralement en accord avec le diagnostic du philosophe allemand, elle y apporte un élément novateur. De fait, elle voit dans la philosophie aristotélicienne une brèche dans la tradition : un contre-argument à la théorie platonicienne ainsi qu’une continuité de la pensée tragique. Premier penseur de la tragédie, Aristote accordait déjà une part importante à la fortune (tuchè) dans sa théorie éthique. Or, cette vulnérabilité ontologique, c’est-à-dire le fait que l’être humain soit jusqu’à un certain point à la merci de forces qui le dépassent, phénomène que nous tenterons de penser sous le mode de la teneur tragique de l’existence, serait précisément ce qui permettrait, selon notre auteure, de fonder une philosophie contemporaine « pleinement humaine ». Cependant, pour appréhender le tragique, l’être percevant doit présenter une organisation du monde lui permettant de le voir comme tel. Pour Nussbaum, cette reconfiguration du vécu serait possible par l’imagination ; plus spécifiquement, par la littérature. Plus encore, l’imagination morale ici proposée par notre auteur serait à proprement parler cette rencontre avec la composante fondamentalement tragique de la vie. Nous pouvons donc dire que, en s’appuyant sur la méthode aristotélicienne ainsi que sur l’expérience tragique, l’auteure se situe dans la tradition d’un questionnement sur la notion d’imagination morale, et y apporte une contribution riche et particulière. / “Socrates, it is said, did not attend to tragedies,” wrote Clement Rosset in his book Tragic Philosophy. According to the American philosopher Martha C. Nussbaum, it is specifically this anti-tragic impulse that has characterized philosophy since Plato. In the nineteenth century, the Nietzsche of The Birth of Tragedy had already declared the murder of tragedy by philosophy; although Nussbaum generally agrees with the diagnosis of the German philosopher, she adds an innovative element to it. Indeed, she sees in Aristotelian philosophy a breach in tradition: a counterargument to Platonist theory as well as a continuity of tragic thought. Aristotle, the first great thinker of tragedy, had already given an important role to fortune (tuchè) in his ethical theory. However, this ontological vulnerability, that is the fact that human beings are to a certain extent at the mercy of forces beyond their control, a phenomenon that we will try to think of as the tragic content of existence, would be precisely what, according to our author, would make it possible to found a contemporary philosophy that is “fully human”. However, in order to apprehend this tragic component, the perceiving being must present an organization of the world that allows him to see it as such. For Nussbaum, this reconfiguration of experience would be possible through imagination; more specifically, through literature. Moreover, the moral imagination hereby proposed by our author is, specifically, the encounter with life’s fundamentally tragic components. We can therefore say that, by relying on the Aristotelian method as well as on tragic experience, Nussbaum belongs to a tradition that addresses the notion of moral imagination and makes a rich and particular contribution to it.
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Expérience et méthode dans la philosophie morale d'Aristote

Moreau, Lise Antoinette 08 January 2025 (has links)
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